Angal

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Angal. Una parola che mi scalda il cuore ogni volta che la pronuncio, ogni volta che la penso, ogni volta che la ricordo.

Il nome pieno e caldo di un luogo perso nel mondo, che la maggior parte della gente, non ha mai sentito nominare, ne’ mai visto.

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E’ un posto come tanti, in Africa e altrove, dove i giorni si susseguono alternando il sole alla luna, dove dopo la stagione secca arriva quella delle piogge, dove la vita inizia con i bambini, dove la donna e’ l’epicentro del mondo, dove la vita qualche volta lascia il passo alla morte, dove ci sono momenti di gioia e altri di tristezza, dove la malattia qualche volta vince, dove ogni cosa si svolge seconde le sue regole.

Come in ogni altro angolo del mondo.

Ciò che fa la differenza e’ l’aria che si respira, l’odore che si percepisce, il calore che scalda, l’affetto che lega, le persone che vi abitano.
E così si supera tutto… un viaggio su un bus tutt’altro che tranquillo, una settimana in cui si abbandonano i propri impegni, la comodità della capitale, l’acqua calda per la doccia.

E la magia sta nel vedere tutto assolutamente normale.

E così arrivi, ansiosamente atteso da Mama Klaùdia, accolto da un abbraccio che da solo ti scalda. E inizia la vita di Angal.
Il desiderio di essere sempre nel pediatric ward (almeno per me che sono un po’ pediatra…): la mattina dopo colazione, con il latte di mucca vera, sotto il portico si snoda una chilometrica fila di mamme e bambini.
E uno dopo uno, tutti questi marmocchi dalla pelle di cioccolato fondente (sia il colore che il tatto lo ricordano!) vengono visti, visitati, impacchettati e sistemati… uno, dieci, cento… sino ad arrivare a più di 200! E più spesso il rapporto medico-paziente e’ 1 a 100-200… sono numeri inconcepibili per i nostri canoni.

Molto spesso sono le malattie più comuni a minare queste fragili vite: una malaria che ha avuto tutto il tempo di esplodere anemizzando in maniera estrema queste creature, una gastroenterite che ha prosciugato ogni riserva di acqua di questi corpicini, una meningite difficile da affrontare senza i farmaci adeguati… e poi le volte che non e’ chiaro cosa scateni questi cataclismi. E sembra impossibile non capire, ma come si fa con il poco che c’e’?

E così dai l’ossigeno (c’e’ l’ossigeno!!!) quando respirano anche con le orecchie, li trasfondi (c’e’ il sangue!!!) quando l’emoglobina e’ sotto 4-4,5, li reidrati con la flebo (le infermiere sono delle maghe nel posizionare gli aghi!!!) quando sono asciutti come acciughe.

Ma qualche volta non e’ abbastanza, non sai, non capisci, non ci riesci… e anche se le vite salvate (da te o da chi altri, qui sulla terra e li’ in alto, nei cieli…) non sono poche, quella che ti segna e’ la vita che ti e’ sfuggita via, come un alito di vento che ti sfiora il viso facendoti lacrimare gli occhi.

Sì, perché quello che alla fine resta e’ una profonda amarezza, un grande senso di impotenza, la più completa percezione dei nostri limiti. Perché in fondo siamo solo persone. Anche noi.

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Ti chiedi perché sia così, ti chiedi dove tutto questo porti, ti chiedi che vita sia, ti chiedi come fai a sopravvivere e soprattutto ti chiedi chi te lo fa fare.
Vivere sempre con la malattia accanto, sfiorare ogni giorno la morte, qui come in Italia, accompagnarsi alla sofferenza, percepire con la parte più profonda di te la precarietà di questa vita, che noi occidentali sentiamo eterna.

E così il tuo cuore porta il segno di un’altra lacrima che lo ha inesorabilmente solcato e segnato, ma tu ricominci, spinto da un “ non so cosa” che viene da chissà dove, ma che ora ho la certezza che mai mi abbandonerà, perché l’ho visto negli occhi e nel cuore di Mario e Claudia. E’ qualcosa che non muore mai, che alimenta sempre, che fa vivere, che ti fa donare te stesso.

Ecco che cosa e’ Angal.

E’ una parola piena nella sua pronuncia, e’ una parola dolce nella lingua Alur, come “aloca-loca-tie” (= sta migliorando) che ancora mi scalda il cuore mentre le mamme mi dicevano dei progressi dei loro bambini malati.

E’ un luogo perso nel bush e allo stesso tempo epicentro del mondo.
E’ un ricordo tutt’altro che passato, quanto piuttosto fonte di energia per andare avanti, per sovrastare le quotidiane difficoltà della vita e le banalità dei tanti che si perdono.
E’ un gruppo di persone fatto di singoli speciali e profondi che mi sono di esempio per rendere la mia vita meno banale e superficiale.

E’ qualcosa di speciale.
E’ Angal.

Un grazie a Mario e a Claudia per aver realizzato un sogno.

Eva

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One Response to “Angal”

  1. [...] una settimana è stata con noi anche la giovane dottoressa Eva Michelin (vedi la testimonianza), specializzanda in pediatria. E’ impegnata a Kampala in un progetto sostenuto dall’università [...]

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