…e son ritornato cambiato
Spesso l’unico compromesso che la nostra vita ci offre per sperimentare la realtà dell’Africa, è quello di effettuare solo un breve soggiorno, e così è stato anche per me. E dunque, animato dalle migliori intenzioni, sono partito per Angal. E tornando in Italia, mi è inevitabile ripensare alle sensazioni e ricordi forti che una realtà così diversa, a volte drammatica, mi ha lasciato.
Ho fatto molte cose in quel mese: aiutato in sala operatoria, frequentato la pediatria e la nutrition unit, visitato gli orfani….e sono tornato cambiato.
Però così, pensando a quello che si è fatto, si finisce spesso per dimenticare quelli che non partono, coloro per i quali non è stata solo una parentesi, ma è la vita comune: il personale dell’ospedale e gli abitanti di Angal.
A loro lasciamo i nostri migliori auguri e un sacchetto pieno di medicine nuove e costose, appena portate dall’Italia, insieme a qualche schematica “istruzione per l’uso”. Pochi giorni prima di tornare in Italia, ho ritrovato un sacchetto di quelli: lasciato inutilizzato, proprio come un anonimo medico italiano l’aveva lasciato cinque anni prima. I farmaci, nuovi e costosi, erano tutti scaduti.
E questo ritrovamento mi ha portato a riflettere…è dunque davvero utile fermarsi per così piccoli periodi? Si lascia davvero qualcosa al momento della partenza?
Se ripenso a coloro che sono rimasti ad Angal, credo che per dare davvero loro qualcosa sia necessaria una presenza costante, capace di trasmettere una formazione sia professionale sia organizzativa che rimanga nel tempo.
L’Africa regala a tutti, senza distinzioni, emozioni forti; chi parte credendo di dare spesso torna scoprendosi debitore. Ad Angal ho imparato che per sdebitarci l’Africa ci chiede di metterci in gioco fino in fondo, per lungo tempo. Solo così la nostra opera non rimarrà chiusa in un sacchetto nel buio di un armadio, ma diventerà strumento nelle mani degli africani, per poter essere così usata giorno per giorno.
Marco Foletti
Filed under: Lettere


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