Auguri
Corre inesorabilmente il tempo. Siamo di nuovo alla fine di un anno. E, di nuovo, da una parte guardiamo indietro per capire dove siamo arrivati e, dall’altra, gettiamo lo sguardo oltre il muro per cogliere il futuro che ci aspetta.
La vita di ognuno di noi può paragonarsi ad un viaggio. Giorno dopo giorno, ora dopo ora. Con la sfida, insita nella nostra stessa umanità, di lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo più abitabile e più umano.
Fa parte del nostro universo culturale la speranza in un domani migliore: l’età dell’oro sta davanti a noi, non dietro di noi. Un atto di fede che ci permette di impegnarci, di lavorare, spesso anche instancabilmente, di soffrire, a volte anche di morire, pur di dare mani, gambe, vita a questo futuro migliore. Anche quando le cose non marciano come vorremmo. Anche se ci sono difficoltà che sembrano insormontabili.
E arriviamo così al cuore più profondo dell’essere umano. Piccolo e fragile, come il Bambino della grotta di Betlem, come ogni bambino che, nascendo, porta una carica di novità a questo vecchio mondo. Ma, allo stesso tempo, grande e suggestivo, unico e irripetibile.
Il poeta indiano Tagore scriveva che ogni bambino che nasce ci dà la certezza che Dio non si è ancora stancato di noi. E’ vero, ogni nascita è un miracolo. E’ l’incarnarsi della speranza. Il farsi storia dell’utopia. Al di là della fede di ognuno, Natale – ogni Natale, in qualsiasi parte del mondo avvenga - è questo irrompere strepitoso di vita dentro la nostra stanchezza.

Non è strano che proprio a dicembre, alla fine di un anno di storia, siamo quasi costretti a porci le domande di fondo, che toccano la nostra identità umana. A incontrarci con la vita che ha il volto di un bambino che nasce. Lontano dai palazzi. Avvolto in pochi panni. Deposto in una greppia. A significare la grandezza di ogni la vita. Al di là delle ricchezze, del potere, degli orpelli che tanto facilmente costruiamo perché ci manca il coraggio di andare all’essenza delle cose.
Ogni persona che nasce in questo mondo è unica e irripetibile. Va amata e rispettata in se stessa. Non per quello che ha, ma per quello che è. Non per le cose che fa, ma per la novità di cui è portatrice.
Sessant’anni fa veniva promulgata la carta universale dei diritti umani. E’ vero. Ancora oggi, a tanti anni di distanza, troppe persone non hanno ancora la possibilità di godere pienamente di questi diritti. E’ il segno della grande contraddizione che ci portiamo dentro. Siamo capaci di rinnovare ogni giorno il miracolo della vita che nasce come frutto d’amore. Ma siamo anche capaci di rifiutare le vita, di renderla dura e difficile. Perfino di dare la morte. Ma è pur anche vero che – e la proclamazione della carta dei diritti umani lo dimostra – ci portiamo dentro la nostalgia di un mondo dove la vita di tutti sia posta al centro, sia davvero e sempre rispettata come sacra.
Dicembre è un mese di confine. Da un lato ci richiama alla vita che nasce, e dall’altro – con il morire dell’anno – ci spinge a fare i conti con la nostra fine. Con la morte. Perché è vero che quando nasciamo cominciamo a morire.
Forse per dirci che, se vogliamo dare un senso profondo ed umano anche al nostro dover morire, siamo sfidati a fare di tutto perché ad ogni bambino che nasce, sia data la possibilità di vivere. E di vivere in pienezza.
Eugenio
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