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Una distesa d’erba verde…

Mar 19th, 2006 | By | Category: Lettere

Maria Grazia, medico, Marco, geologo, per quattro settimane in ottobre sono stati con noi ad Angal. Al ritorno hanno organizzato una serata pro-Angal a Rho che si è svolta l’11 marzo. Hanno voluto raccontare la loro esperienza che noi, molto volentieri, pubblichiamo…

Carissimi Mario e Claudia,

Sabato scorso vi saranno fischiate le orecchie, infatti abbiamo parlato tutta la sera di Angal. Che bello! Non c’era tantissima gente, ma è stata comunque
una serata ricca di emozioni e tutti i presenti sono stati molto colpiti dalla realtà di Angal e dalla nostra esperienza. Il ricavato è stato di 500,00 euro e in settimana provvederemo al bonifico.

Vi inviamo le nostre testimonianze. Durante la serata abbiamo letto anche altri contributi scritti ma che ben conoscete (storia dell’Uganda, progetti di Angal…) e che quindi non vi inviamo.

Se non ricordiamo male siete prossimi alla partenza!
Fateci sapere
A presto
Maria Grazia e Marco

Una distesa d’erba verde che s’allarga a perdita d’occhio fino ad incontrare il cielo. Sparpagliati qua e là tetti di paglia che fanno capolino fra la vegetazione. Così e Angal, almeno nella stagione delle piogge. Lungo la strada ogni tanto il muro d’erba si interrompe e vedi sbucare 4 o 5 pancine gonfie che urlano “Musungu! Musungu!” (Uomo Bianco!) e poi corrono via.

 

La terra rossa che ricopre ogni strada ti si attacca alle scarpe e non si riesce a pulire per tutta la permanenza; il blu del cielo ti riempie lo sguardo e non lo puoi dimenticare neanche molti mesi dopo il ritorno.

Siamo arrivati ad Angal di Sabato, e questo ci ha permesso di avere un giorno intero per guardarci attorno. Ma dal lunedì ciascuno è stato assegnato alle sue attività. Io in ospedale, nel reparto deve c’era più lavoro: la pediatria.

 

Si tratta di una specie di girone infernale dove ogni giorno circa 200 bambini, accompagnati dalle loro mamme, soffrono, muoiono, guariscono, hanno le convulsioni, la diarrea, la febbre, il vomito…

 

Qui 3 infermiere e ed un medico cercano di dare loro cure basilari, ma indispensabili.
I bambini arrivano ad ogni ora, e quindi non si finisce mai di visitare, mai di fare il giro, mai di dare terapie, misurare febbri, constatare decessi…

 

In tutto questo rimestio di vita inizi a sentirti addosso i loro sudore, ad assumere il loro odore, a mischiare il tuo sporco con il loro, ma solo quando alle 8 di sera ti metti sotto la doccia fredda ti rendi conto di quanto fosse pesante quella umanità depositata sulla tua pelle.
Nonostante ciò all’inizio ci sente inutili; non perché non ci sia da fare, ma perché ci si scopre incapaci, incapaci di guarire i malati e anche di curarli, incapaci di comunicare con loro, perfino incapaci di consolare una madre che perde suo figlio.

 

Ma se ci si lascia guidare nell’abisso di questo stordimento, di questo disorientamento, si riesce a ritornare alle radici di ciò che si sta facendo. Ci si accorge che non sono i poveri ad avere bisogno di te, ma che prima di tutto sei tu ad avere bisogno di loro, di stargli vicino perché loro ti mostrino di quale meschina ricchezza è pieno il tuo cuore e di quale ipocrita generosità hai rivestito il tuo orgoglio. E’ allora che ti senti più autentico, incapace, inadeguato, limitato, ma vero. E’ allora che scopri che il tuo piccolo meschino cuore di pietra è comunque capace di amare, piangere, donare.

 

E allora si ricomincia la mattina dopo e quella dopo ancora. La visita fra i lettini dei bambini più gravi che hanno la flebo, poi il giro, al contrario: cioè non sono i medici a girare il reparto per visitare tutti i pazienti, ma sono i bambini che in braccio alle loro mamme si mettono in fila, sotto il portico antistante il reparto, e aspettano dalle 8 all’1 o alle 2 per essere visti tutti.

 

Avanzano uno alla volta verso il medico; la visita dura 30 secondi, un minuto per i pazienti più complessi. Non ci sono complicati iter diagnostici o analisi di reperti di laboratorio, le malattie sono tutte vere, gravi, lampanti: una mano sulla fronte (ha la febbre?), un tocco delicato sul pancino per sentire se la milza grossa e dura come una palla da bigliardo fa capolino da sotto le coste, poi una rapida controllata ai polmoni prima che le urla diventino assordanti ed in fine aprirgli un occhietto ormai strizzato con tutta la disperazione del pianto, per vedere se c’è ittero o anemia.

 

La diagnosi è fatta, la cura è il chinino (quasi sempre) o un altro antibiotico, si moltiplica per i chili e via l’infermiera le spiegherà tutto: “Ai malo mama” “Alzati mamma”, sotto il prossimo.

 

E così volano le ore, e i giorni, ma questa frenesia non ti fa dimenticare che la cosa importante non è fare, ma stare. Stare lì, a volte impotenti, a contemplare la meraviglia e l’orrore. Perché il regista non sei più tu, perché la strada la fanno loro, i poveri, e tu devi seguire perché

 

  • i poveri con la loro fame svelano la denutrizione del tuo cuore;
  • i poveri con la loro sete, risvegliano il desiderio di verità;
  • i poveri sono nudi e ti svestono dell’egoismo;
  • i poveri non hanno casa e ti fanno riscoprire il calore delle relazioni;
  • i poveri sono schiavi e suscitano sete di giustizia;
  • la vita dei poveri vale poco, eppure è capace di donare speranza.

Maria Grazia

“Per molto tempo ho taciuto, ho fatto silenzio,
 
mi sono contenuto,
 
ora griderò come una partoriente,
 
mi affannerò e sbufferò insieme”
 

e

“Servo inutile a tempo pieno”
 
Si possono esprimere con queste parole del salmo e di Don Tonino Bello le due convinzioni più grosse che mi ha regalato L’Africa.
 

La prima è un grosso rimprovero, una grossa scossa alla mia vita piena di paure, di pigrizie e di rinvii. L’Africa ti sveglia, ti mette davanti una realtà cruda, una realtà che non si può permettere di aspettare altro tempo, una realtà che ha bisogno di far sentire la sua voce per arrivare alle nostre orecchie, ai nostri cuori, alle nostre coscienze.

Questa esperienza, anche se solo di un mese, mi ha messo davanti persone e situazioni che non posso e non voglio dimenticare.

Non sto parlando solo dei bambini che quotidianamente muoiono di fame o di malattia, o di quelle file interminabili davanti a casa di Claudia e Mario per ottenere un aiuto. Non sto parlando neanche di quelle piccole creature di 6 o 7 anni che pagherebbero oro per poter studiare o giocare con i loro coetanei e che invece devono prendersi cura di 2 o 3 fratelli più piccoli perché i genitori sono morti o li hanno abbandonati.

Ma vorrei piuttosto ricordare le mamme e il loro rapporto con la sofferenza, con il sacrificio e con la fatica. Io sono arrivato a pensare che il buon Dio gli abbia dato delle capacità di sopportazione particolari. E’ incredibile vedere queste donne lavorare sotto il sole cocente dalle 6 del mattino fino a notte inoltrata, sempre con in testa fascine di legno di decine di kg o con ceste pesantissime con dentro i panni e spesso con un bambino sulla schiena. Tutta una vita così! La vita e il sacrificio camminano insieme per una strada in salita, con tante cadute, ma per fortuna con tanti cirenei e tante Pie Donne che non possono toglierti la croce dalle spalle se non per qualche breve istante ma che possono aiutarti a credere che alla fine e dopo tutto, la vita vincerà.

E’ proprio questo quello che mi piacerebbe essere per molte persone che soffrono: un piccolo segno della presenza di Dio al loro fianco.

E allora basta tacere per paura di non essere all’altezza di cambiare le cose, perché nulla di particolare ci è chiesto se non stare accanto a chi soffre ; e basta pigrizie o rinvii e questo non tanto per aiutare gli altri ma per aiutare noi stessi perché se non camminiamo con chi porta la croce sul Calvario anche per noi, non conosceremo mai una vita piena.

Il bello della frase di Isaia è che non dice: “Ora che sono in Africa griderò e mi affannerò” ma ovunque sono e in qualunque momento.

Un altro dono dell’Africa infatti è stato quello di mettere a nudo le nostre povertà come la povertà di relazioni, di ospitalità e anche la non capacità di usare il tempo se non per produrre, per fare, per apparire. Quello di cui mi sono reso conto è che chi vive in un certo mondo tende a non accorgersi delle condizioni di povertà o di ingiustizia in cui è immerso o crede che la situazione sia l’unica possibile e sia immutabile, invece non è così, bisogna cercare di cambiare punto di vista, come direbbe Don Tonino

“bisogna rifugiarsi nel deserto non per scappare dalla realtà ma per pianificare le vie dell’esodo dalla schiavitù del peccato”.

Tornando all’esperienza vissuta giù ad Angal, si può dire che appena arrivato ho avuto la fortuna di non avere un ruolo preciso o un compito prestabilito. Ma ho potuto semplicemente mettermi ad osservare per cercare di conoscere la realtà che mi circondava, la gente che viveva nei villaggi con le loro abitudini, i loro ritmi e le loro forti tradizioni. E sicuramente tutto questo mi ha arricchito molto grazie anche a Francis, un ragazzo di 17 anni che mi ha fatto da guida e a Padre Mario che mi portava in giro per i villaggi vicini.

Inoltre la cosa più bella è stata il potersi mettere a disposizione delle esigenze più quotidiane della gente. Troppe volte per fare quello che abbiamo in mente, non ci accorgiamo delle esigenze più vere di chi ci sta accanto.

E cosi, ecco arrivare Edmond, Ugama e Livingston: tre orfanelli che avevano bisogno semplicemente di una persone un po’ più grande di loro che li facesse giocare o con cui ripassare le basi di matematica o inglese; oppure i ragazzi della scuola dei ciechi con cui passare un paio di pomeriggi alla settimana.

Un’altra esperienza forte è stata quella che mi ha portato a vivere diverso tempo in ospedale. Ho avuto infatti la possibilità di seguire un po’ il progetto della nutrition aiutando a distribuire cibo ai bambini malnutriti a soprattutto a intrattenerli con qualche semplice gioco togliendoli almeno per qualche ora dall’angoscia fisica e psicologica di quei gironi dell’inferno chiamati reparti.

All’inizio era difficile non avere un ruolo e vedere che non avrei potuto salvare l’Africa come in cuor mio speravo, ma alla fine un ruolo l’ho trovato: quello di servo inutile a tempo pieno: cercare di essere a disposizione non per fare ciò che voglio io, ma per eseguire ciò che sono chiamato a vivere e non pensando di cambiare il mondo ma cercando di cambiare almeno una persona: me stesso.

Afuoio Uganda, grazie Uganda.

Marco

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