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Cén madìt

May 19th, 2006 | By | Category: Lettere

Anche se un po’ personale, pubblico questa lettera scritta da mia madre Claudia, perché in poche righe – credo – lascia trasparire il motivo ultimo per cui dopo 40 anni, e con gli acciacchi dell’età, questi due irriducibili “matti” continuano a fare la spola con l’Uganda.

Caro Piero,

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oggi è un “cen madìt”, un grande giorno!!! Finalmente è piovuto! Quando ormai tutti dichiaravano fallita la stagione delle piccole piogge e disperavano di recuperare la cassava, il miglio e il mais assetati e striminziti, è arrivato uno di quegli improvvisi e violenti temporali tropicali che ha trasformato il “compound” in un laghetto melmoso. Io e papà eravamo a un incontro con i catechisti delle varie cappelle che fanno capo ad Angal. Dovevamo decidere insieme di allargare il nostro aiuto agli orfani di altre zone. Il meeting si teneva sotto una specie di gazebo…un “payot” col tetto di paglia aperto ai 4 venti. Un po’ spaventati perché temevamo che il tetto volasse via da un momento all’altro e un po’ infreddoliti per le raffiche di vento e gli schizzi di pioggia.

A questo punto è avvenuto un piccolo episodio che mi resterà sempre nel cuore: una donna mi ha offerto la sua “kitambara” [1]… me l’ha messa con dolcezza attorno alle spalle facendomi segno di avvolgerla anche attorno a Mario! Poi tutti si sono messi a cantare una bellissima canzone ritmata, battendo le mani. Si è creato un clima di calore che superava la furia del vento.

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Ad Angal l’avvenimento dell’anno è stata la presenza di Elena con Andrea e Francesco!! Sono venuti quasi in pellegrinaggio a vedere la Nyarangal [2] e il suo bambino. Per prima è venuta la vecchia Giannina, che si può dire l’ha vista nascere, poi Odongo il matto [3] (che è la persona più colta da qui al Nilo) e l’immancabile Lasàro, il cantastorie cieco, che ha voluto imporre le mani sulla testa di Andrea e benedirlo augurandogli “ghìn mabèr”, tante cose buone.

Andrea è stato il vero catalizzatore dell’attenzione di tutti. Si è ambientato immediatamente.
Appena poteva buttava via scarpe e calze per adeguarsi agli altri bambini e, snobbando i miei biscotti di pastafrolla, preferiva mangiare come loro le frittelle di “manioca”.

Libero, sporco e felice.

Gli Alùr, che sono per natura curiosi, allegri e chiacchieroni, avranno da commentare per un bel po’ tutto quello che hanno visto e appreso; soprattutto avranno da chiacchierare le donne al mercato, mentre attendono pazientemente di vendere i loro mucchietti di pomodori o patate o pesci secchi.

Intanto anch’io desto molta curiosità a causa della mia andatura claudicante. Mi sono fratturata un dito del piede e, ogni volta che vado in nutrition unit appoggiandomi alle stampelle, sono accolta e seguita da un coro di: Jesu!!!! Akka yohhh [4]!!! Sorryy!!!!

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Ecco, stufa di raccontare solo di problemi , di cose serie, di bambini denutriti, ho voluto aprire una finestrella su un altro aspetto della nostra vita qui, sui nostri rapporti con queste persone piene di difetti, ma anche di tanto calore. Un mondo a parte, un mondo che veramente non ha riscontro nella nostra realtà del benessere, dell’egocentrismo, del consumismo.

Ciao, Ma

[1] Kitambara = il drappo di stoffa con cui le donne avvolgono il loro bambino per portarlo con loro sulla schiena

[2] Nyarangal, letteralmente “figlia di Angal” è il nome che le donne di Angal hanno praticamente “imposto” ad Elena quando è nata nel 1972.

[3] Odongo = Quando nascono due gemelli il primo che vede la luce viene chiamato immancabilmente “Opìo” ( = quello svelto), il secondo Odòngo ( = il tardivo) intendendo che questa caratteristica li distinguerà sempre nella vita. Questo Odòngo (probabilmente non è il suo vero nome ma un nomignolo per riconoscere che è un pò tardo) è un personaggio decisamente strambo, forse matto, ma che a momenti esce con frasi che ti fanno intuire una profonda cultura che non si sa da dove tiri fuori, e che ti fanno pensare per un istante “questo non me la racconta giusta”…

[4] Akka yohhh = espressione di stupore ma anche di dispiacere e compartecipazione per l’accaduto.

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