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Nairobi, quel mondo dimenticato

Jan 23rd, 2007 | By | Category: Annunci

di Maurizio Chierici – da www.arcoiris.tv per gentile concessione de l’Unità

(A Nairobi, è in corso il Social Forum Mondiale. Il Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace di Perugia ha aperto un sito dove è possibile scaricare documenti e articoli, l’indirizzo è: www.nairobi2007.it)

I poveri non fanno più audience e i media li usano meno forse perché sono troppi. Anni fa riuscivano ad emozionarci quando entravano nelle nostre case distesi come scheletri, mosche in faccia, occhi spenti. I grandi fotografi giravano il mondo per raccontare la grande ingiustizia. Sebatiao Salgado è invecchiato camminando con la sua Leica nel disordine di chi non conta e conterà meno nel futuro, analfabeti di carta e di computer.

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Numeri, non persone: esclusi dal neon della modernità. Salgado ha perso i capelli ed è rimasto il testimone calvo dell’utopia. Da trent’anni le sue immagini ci interrogano senza ricevere risposta: cosa possiamo fare ? Ormai é difficile pianificare i soccorsi, l’emergenza dilaga: ha raggiunto le nostre città. La solidarietà si annacqua nei diagrammi della globalizzazione: fa viaggiare soldi e merci, mai gli uomini. Soprattutto quel tipo di uomini. Da ricacciare, ghettizzare, far sparire dalle cronache giulive di questi giorni. Le loro facce ogni tanto ci guardano quando sfogliamo i giornali nei sospiri di un pomeriggio di festa. Un occhio all’orologio, fra un po’ comincia la partita. Eppure, per un momento, almeno per un momento, ci allegra la fortuna di non essere nati nei paesi del finimondo, in Africa, soprattutto.

Per capire come l’informazione non consideri, ormai, le folle affamate un brivido da vendere sul mercato, è sufficiente cercare le cronache del Foro Sociale Africano. Un minuto e otto secondi sul Tg3, poche righe nelle pagine dentro e non in tutti i giornali: Unità, Avvenire e Corriere fanno eccezione. E non si può pretendere che i rotocalchi spaventino i lettori con le facce degli umiliati ai quali é imposta la non dignità dall’industria pesante delle armi, dall’industria indispensabile del petrolio, dall’industria frivola delle pietre preziose. Essere solidali resta l’impegno di pochi: Ong, missionari e l’Arci che ha finanziato a Nairobi la rete dei mille duecento incontri del Foro per discutere i mille problemi di chi scappa dai signori della guerra, dall’ingiustizia, dalla paura; insomma, un continente con la valigia in mano. Accompagniamoli come essere umani, non come intrusi è la richiesta tutto sommato banale ma ancora irraggiungibile sulla quale si impegna il Foro.

Si può essere molto poveri in modo diverso. Per i fotografi impossibile raccontare il silenzio dei pensionati e la rabbia dei popoli che, in bilico nella sopravvivenza, devono ricominciare l’inseguimento alla normalità costretti da Pil, bilanci delle multinazionali, esportazioni, crollo dei consumi interni. Con tre dollari al giorno c’è poco da consumare. Ma se ogni anno gli indici non consolano gli azionisti e il mercato soffre, il potere è costretto a stringere i freni altrimenti chi gioca in borsa scappa: taglia i posti, delocalizza, non garantisce la vecchiaia, ragazzi chiusi nelle sale d’attesa dei cal center.

Appena oltre i confini delle città ordinate il disordine continua con le regole di sempre: chi prende tutto, agli altri niente. L’ultima rabbia: nel Messico nuvole e petrolio é triplicato il prezzo del pane. Che è un pane diverso, impastato da mille anni con farina di mais, grano d’oro dei Maya. Tortillas. A volte è l’unico cibo che tanti messicani si possono permettere in un paese dove il 76 per cento della ricchezza finisce nelle tasche di venti imprese. Nel 2006 i loro profitti sono aumentati del 500 per cento. Utile netto per ognuno dei dieci baroni importanti del paese, 30 milioni di dollari, 28 milioni di euro raccolti nei monopoli televisivi, banche, cemento, birra, villaggi vacanze, pane industriale, costruzioni. Gli egoismi dello sviluppo sostenibile dei paesi guida pretende dal Messico amico un piccolo sacrificio che diventa insostenibile per chi non riesce a sbarcare il lunario.

Ancora una volta l’incubo dell’energia. Le riserve di petrolio non sono eterne, prima o poi finiranno. Col buonsenso trascurato dall’Italia, gli Stati Uniti preparano il dopo. Programma colossale per produrre energie rinnovabili. Il biodisel brasiliano resta l’esempio guida che funziona, ma il Brasile è un continente con immense pianure tropicali, canna da zucchero e soia che si avvicina pericolosamente all’Amazzonia mangiando la foresta. La trasformazione Usa si concentra sui cereali: grano e mais. Produzione enorme, primo esportatore nel mondo. Nella fabbricazione di mangimi per animali, gli Stati Uniti consumano il doppio dei cereali coi quali India e Cina danno da mangiare agli uomini. Già funzionano raffinerie che trasformano grano e mais in etanolo: 110 e diventeranno 173 alla fine 2007, altre 79 sono in costruzione. E’ solo l’inizio di un progetto che impone un adeguamento (come in Brasile) alle fabbriche di automobili: serbatoi e motori più robusti perché l’alcool corrode. Non volendo perdere il primato nelle esportazioni, e per mantenere la qualità della carne che ingrassa il popolo stelle e strisce, gli Stati Uniti importano mais. Per il momento solo dal Messico che fa parte del mercato comune Nafta, con Canada e Washington. Poi Guatemala; si allargheranno a Colombia e Perù. E il prezzo delle tortillas, dieta base dei messicani poveri, salta all’improvviso da 7 pesos (cinquanta centesimi di euro ) a 18 pesos, un euro e 28. Per chi tira avanti con tre dollari al giorno e deve spendere due dollari e qualcosa per le tortillas, è disperazione. Gli rubano il pane di bocca per tranquillizzare la macchina industriale e le abitudini future dell’altra America. Il salario minimo messicano cresce di 1,89 dollari, appena un euro e dieci centesimi l’anno. E l’inflazione galoppa: 30 milioni di uomini e donne in sei anni hanno ribassato il potere d’acquisto del 22 per cento. Bisogna dire che per 21 milioni di lavoratori il salario minimo resta un sogno, età compresa tra 12 e 30 anni. Perché in Messico a 12 anni si comincia a lavorare nelle forme carbonare dei contratti in nero. Addio alla scuola dove gli insegnanti vengono pagati in modo talmente vergognoso da far scoppiare scioperi, scontri e morti: a Oaxaca quattro mesi di coprifuoco. Da secoli l’aumento del prezzo del pane scalda le piazze e il nuovo governo – destra di Calderon – annuncia un provvedimento straordinario: per frenare i prezzi importerà 650 mila tonnellate di grano dagli Stati Uniti. Dovrebbero bastare per un anno nell’ottimismo dell’ufficialità, ma fatti i conti fra 40 giorni saranno finite senza contare che è difficile cambiare le abitudini di un popolo dopo secoli di tortillas. Come se al posto del pane si obbligassero gli italiani a mangiare riso. Chissà le proteste, i messicani sono sul piede di guerra.

Dal Texas arriva un suggerimento interessato: la multinazionale Monsanto è disposta a vendere mais transgenico. Insorgono gli ecologisti: può contaminare il mais naturale ed apre un debito per la vita perché ogni anno bisogna ricomprarne i semi, naturalmente dalla Monsanto. Per pulire l’aria del Nord dobbiamo tirar la cinghia al Sud, scrive il quotidiano Jornada. Esportiamo ciò che possiamo mangiare e mangiamo pagando il doppio la farina americana: che senso ha ?.

Quando i bilanci delle case automobilistiche annunciano che le vendite miracolose sono ricominciate, bisogna guardarsi attorno per capire chi le paga. Noi paghiamo a rate; altri pagano per la vita. Chissà se il sacrificio delle tortillas cambierà le fonti energetiche dello sviluppo sostenibile, meno inquinante e a basso prezzo. Da questa parte del mondo ce ne rallegriamo, ma poi bisogna aprire le porte a chi arriva dalle pianure del mais transgenico, soya, canna da zucchero e le altre cose che rasserenano la nostra vita. Non la loro.

(Come Salgado sono un viaggiatore terzomondista. Ormai è una brutta parola. Più pericolosa di comunista, più inquietante delle bandiere islamiche. Perché bianco, battezzato e quasi benestante. Quindi una quinta colonna che destabilizza la nostra civiltà con l’ingratitudine di farne parte. Dovrei tacere, qualche volta è difficile).

mchierici2@libero.it

Cortesia dell’Unità

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