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Angal

Feb 15th, 2007 | By | Category: Lettere

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Angal. Una parola che mi scalda il cuore ogni volta che la pronuncio, ogni volta che la penso, ogni volta che la ricordo.

Il nome pieno e caldo di un luogo perso nel mondo, che la maggior parte della gente, non ha mai sentito nominare, ne’ mai visto.

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E’ un posto come tanti, in Africa e altrove, dove i giorni si susseguono alternando il sole alla luna, dove dopo la stagione secca arriva quella delle piogge, dove la vita inizia con i bambini, dove la donna e’ l’epicentro del mondo, dove la vita qualche volta lascia il passo alla morte, dove ci sono momenti di gioia e altri di tristezza, dove la malattia qualche volta vince, dove ogni cosa si svolge seconde le sue regole.

Come in ogni altro angolo del mondo.

Ciò che fa la differenza e’ l’aria che si respira, l’odore che si percepisce, il calore che scalda, l’affetto che lega, le persone che vi abitano.
E così si supera tutto… un viaggio su un bus tutt’altro che tranquillo, una settimana in cui si abbandonano i propri impegni, la comodità della capitale, l’acqua calda per la doccia.

E la magia sta nel vedere tutto assolutamente normale.

E così arrivi, ansiosamente atteso da Mama Klaùdia, accolto da un abbraccio che da solo ti scalda. E inizia la vita di Angal.
Il desiderio di essere sempre nel pediatric ward (almeno per me che sono un po’ pediatra…): la mattina dopo colazione, con il latte di mucca vera, sotto il portico si snoda una chilometrica fila di mamme e bambini.
E uno dopo uno, tutti questi marmocchi dalla pelle di cioccolato fondente (sia il colore che il tatto lo ricordano!) vengono visti, visitati, impacchettati e sistemati… uno, dieci, cento… sino ad arrivare a più di 200! E più spesso il rapporto medico-paziente e’ 1 a 100-200… sono numeri inconcepibili per i nostri canoni.

Molto spesso sono le malattie più comuni a minare queste fragili vite: una malaria che ha avuto tutto il tempo di esplodere anemizzando in maniera estrema queste creature, una gastroenterite che ha prosciugato ogni riserva di acqua di questi corpicini, una meningite difficile da affrontare senza i farmaci adeguati… e poi le volte che non e’ chiaro cosa scateni questi cataclismi. E sembra impossibile non capire, ma come si fa con il poco che c’e’?

E così dai l’ossigeno (c’e’ l’ossigeno!!!) quando respirano anche con le orecchie, li trasfondi (c’e’ il sangue!!!) quando l’emoglobina e’ sotto 4-4,5, li reidrati con la flebo (le infermiere sono delle maghe nel posizionare gli aghi!!!) quando sono asciutti come acciughe.

Ma qualche volta non e’ abbastanza, non sai, non capisci, non ci riesci… e anche se le vite salvate (da te o da chi altri, qui sulla terra e li’ in alto, nei cieli…) non sono poche, quella che ti segna e’ la vita che ti e’ sfuggita via, come un alito di vento che ti sfiora il viso facendoti lacrimare gli occhi.

Sì, perché quello che alla fine resta e’ una profonda amarezza, un grande senso di impotenza, la più completa percezione dei nostri limiti. Perché in fondo siamo solo persone. Anche noi.

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Ti chiedi perché sia così, ti chiedi dove tutto questo porti, ti chiedi che vita sia, ti chiedi come fai a sopravvivere e soprattutto ti chiedi chi te lo fa fare.
Vivere sempre con la malattia accanto, sfiorare ogni giorno la morte, qui come in Italia, accompagnarsi alla sofferenza, percepire con la parte più profonda di te la precarietà di questa vita, che noi occidentali sentiamo eterna.

E così il tuo cuore porta il segno di un’altra lacrima che lo ha inesorabilmente solcato e segnato, ma tu ricominci, spinto da un “ non so cosa” che viene da chissà dove, ma che ora ho la certezza che mai mi abbandonerà, perché l’ho visto negli occhi e nel cuore di Mario e Claudia. E’ qualcosa che non muore mai, che alimenta sempre, che fa vivere, che ti fa donare te stesso.

Ecco che cosa e’ Angal.

E’ una parola piena nella sua pronuncia, e’ una parola dolce nella lingua Alur, come “aloca-loca-tie” (= sta migliorando) che ancora mi scalda il cuore mentre le mamme mi dicevano dei progressi dei loro bambini malati.

E’ un luogo perso nel bush e allo stesso tempo epicentro del mondo.
E’ un ricordo tutt’altro che passato, quanto piuttosto fonte di energia per andare avanti, per sovrastare le quotidiane difficoltà della vita e le banalità dei tanti che si perdono.
E’ un gruppo di persone fatto di singoli speciali e profondi che mi sono di esempio per rendere la mia vita meno banale e superficiale.

E’ qualcosa di speciale.
E’ Angal.

Un grazie a Mario e a Claudia per aver realizzato un sogno.
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Angal. A word that heats my heart every time I say it, every time it comes to my thoughts.

A warm and meaningful name in a place lost in the middle of nowhere, nobody really knows where it is or heard about it.

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It is a place like many others, in Africa or anywhere else, where days come one after the other as the moon comes after the sun, where after the dry season the wet one comes, where life begins with children, where women are the center of the earth, where life sometimes leaves road to the death, where there are joyful moments and sad ones, where sickness sometimes wins, where everything happens following its own rules.

Like anywhere else on earth.

What is really different here is the air you breathe, the smell you feel, the warmth, the love that binds you, the people who lives there.
And this is in such a way that you feel you can overcome anything… a journey by bus far from being quiet, a week time with a very tight schedule, the comfort at the capital, warm water for a shower.

And whats’ stunning is that you feel like if it was absolutely normal.

So you get there, anxiously waited by Mama Klaùdia, welcome by a warm hug. And life in Angal begins.

The desire to stay as much as I can in the pediatric ward: right after breakfast in the morning, with real cow’s milk, under the “baraja” there’s an infinite queue of mothers with their children. Then, one after the other, all these children with chocolate skin (both the color and the feel) get their visit, they are checked and packed… one, ten, a hundred… two hundreds! And most often the doctor to patient ratio is 1 to 100-200… unconceivable for our standards!

Very often it’s most common illnesses that reveal so dangerous for these fragile lives: a malaria that has had all the necessary time to explode in extreme ways through anaemia, a gastroenteritis which dried up all water reserves in these tiny bodies, a meningitis which is so difficult to face without the suitable medicines… and then sometimes it is not even clear what causes all these cataclysms. And it seems impossible not being able to understand, but how can you understand with no equipment nor resources ?

And then you give oxygen (yes, there’s oxygen!!!) when they breath even with their ears, you give them blood (yes, there’s blood too!!!) when the hemoglobin goes under 4-4.5, then you give them water with the phleboclysis (nurses are like magicians in finding the veins with their needles!!!) when they are dry like anchovies.

And still, sometimes it’s not enough, you don’t know, you don’t understand, you don’t succeed… and even if you’ve saved lives (you or whoever else on earth or in the heavens…) what strikes you is that single life which flied away, as a breath of wind that grazes your face making your eyes shed tears.

Yes, because what remains at the end is a profound bitterness, a deep sense of impotence, the most complete perception of our limits. Because after all we are only people. We too.

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You ask yourself why is it so, you ask yourself where do all this lead, you ask yourself what sort of life is this, and how can you survive and above all you ask yourself who makes you do so.

Living with the illness nearby, grazing the death every day, here as in Italy, getting so close to the suffering, perceiving with the deepest part of yourself how precarious can this life be, that life which we feel like if it was endless.

So your heart brings a sign of another tear which went through it, but you start it all over again pushed forward by something you don’t know what it is and where does it come from, but that now I’m sure will never abandon me, because I looked deeply into Mario’s and Claudia’s eyes and heart. It’s just something which never dies, which always feeds, which brings life and lets you donate yourself.

That’s Angal.

It’s a word full and round in its way to pronounce it, it’s a sweet word in Alur language, like “aloca-loca-tie” (= he’s getting better) which still warms my heart when mothers told me about their children progress.

It’s a place lost in the bush and at the same time it’s the center of the world.
It’s a memory, far from being past, it’s a source of energy instead, which brings you forward, to face everyday life challenges and commonplaces of many people who get lost.
It’s a group of people made by single men and women, special and deep, which show me how to get my life a more meaningful one.

It’s something special.
It’s Angal.

Thanks to Mario and Claudia to help me achieving a dream.
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Eva

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