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Stralci di vita vissuta – Bits of lived life

Nov 29th, 2007 | By | Category: Lettere

[italian]Mia madre, Claudia, mi ha scritto stasera. Stanno tornando da Angal, e immagino che la tentazione a volte sia di dire “per sempre”. Naturalmente so non ce la faranno a restare lontani dall’Africa più di qualche mese, anche perché qui – da molti punti di vista – è ancora peggio. Da noi le donne invece vengono fatte a pezzi, gli assassini diventano star e i bambini anziché abbandonati davanti agli ospedali vengono depositati direttamente nei cassonetti. Spazzatura. E’ una lettera cruda ma mi pare che faccia capire alcune cose, le condivido volentieri.

Caro Piero,

anche questo periodo di nostra presenza ad Angal sta volgendo al termine. Abbiamo già fatto a te e agli Amici di Angal una breve relazione sulle attività dell’Ospedale, ora vorrei rendervi partecipi di altri avvenimenti, che riguardano più da vicino le persone, la vita del villaggio, la mentalità degli Alùr, il nostro rapporto con loro.

Sono successe alcune cose che ci hanno profondamente turbati e che hanno reso questo periodo uno dei più pesanti per noi.

A due passi dall’Ospedale, una notte, un gruppo di persone armate di bastoni ha ammazzato a legnate un giovane ladro, che da tempo disturbava il villaggio ed era diventato la vergogna dei propri famigliari. Attorno a questo fatto si é innalzato un muro di omertà, che non ha lasciato nessuno spazio per far luce su questo atroce regolamento di conti. Nessuno ha visto e invece molti hanno visto, nessuno sa e tutti sanno. Questa é la legge che deve essere amministrata all’interno del clan.

Ogni volta che qualcuno mi porge la mano per le vie di Angal, mi chiedo se quella mano, poche sere fa, abbia brandito un bastone. Il giorno dopo la vita ha ripreso come nulla fosse accaduto e invece… sono accadute ancora altre cose.

Abbandonato sul pavimento di cemento delle cucinette dietro alla maternità, una mattina é stato trovato un bambino appena nato, col cordone ombelicale strappato. Si sa che la madre é Oroci, una povera demente che vive in giro, non ha casa, non accetta aiuti ed era stata vista aggirarsi nei pressi dell’ospedale.

Solo l’ostetrica Selsa ha preso a cuore questo bambino e l’ha sistemato in un angolo della sala parto (qui non esiste una nursery), dove io e Francesca ci siamo alternate a dargli il biberon e a coccolarlo. E’ vissuto 10 giorni.

Fra bambini che nascevano uno dietro l’altro, uno che, attaccato all’ossigeno, tentava disperatamente di vivere, due di quattro gemelli che morivano, in un reparto che ha estremo bisogno di essere ristrutturato e dotato di nuovi letti… un incubo!

Avevamo deciso di battezzarlo il pomeriggio del giorno 15… l’avremmo chiamato Luca, come il protettore dell’ospedale e invece… alle due sono entrata in sala parto con l’ennesimo biberon e la nurse di turno con estrema noncuranza mi ha detto: ”Ethò – (é morto!!) – Non me ne sono accorta perché ero molto occupata.” E così nessuno l’ha visto morire, nessuno l’aveva visto nascere, questo bambino senza nome, forse figlio di Oroci, la pazza del villaggio.

Vissuto 10 giorni fra l’indifferenza di tutti, é stato accompagnato al cimitero da una folla di mamme, di lavoratori dell’ospedale, di infermiere alla quale si aggiungeva man mano che si snodava il corteo, la gente del villaggio. Mi sarei messa a urlare o a ridere. Era mezzogiorno, il sole picchiava forte , gli operai che avevano scavato la fossa grondavano sudore, i bambini usciti dalla scuola buttavano fiori di buganvillea… per un bambino che prima non aveva suscitato la pietà di nessuno.

Ma mi aspettava ancora la morte di Kevina, consumata dall’aids e quella di Kolbert, il peggiore kwashorkor che abbia mai visto, gonfio come un palloncino, con la pelle screpolata e piagata, e quella di Nema, 10 anni, distrutta da una setticemia partita dai tagli (tea-tea) fatti dallo stregone lungo le braccia e le gambe.

Per fortuna c’é Consolate, ( si chiama proprio così!), che dal kwashorkor sta uscendo, sta ricominciando a mangiare e a giocare, segno inequivocabile di ripresa.

E c’é Ali, un concentrato di disgrazie, compreso un caratteraccio che lo rende inviso a tutti, al quale abbiamo potuto procurare una capanna, assicurare il cibo e anche una badante; un bel cambiamento di vita da quando viveva trascurato e mal sopportato dal suo clan.

E c’é Celestino, il vecchio barbone, che viveva sotto la tettoia ora dell’ospedale, ora di qualche capanna e veniva a mangiare in nutrition unit. Gli abbiamo fatto costruire una piccola capanna in un posto bellissimo, sulla collina dietro all’ospedale, da dove si ammira la savana sterminata e si scorge, molto lontano, il Nilo. Da li’ il suo spirito indipendente può spaziare. Sono andata fin lassù e ho avuto una bella sorpresa; ha un vicino, povero come lui e altrettanto malandato, che lo aiuta e gli fa da mangiare quando sta male.

E’ tra i più poveri che si scopre la più autentica solidarietà.

E’ per loro che, nonostante tutto, continueremo a tornare.

Mamma
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My mon, Claudia, wrote me tonight. They are coming back from Angal for Christmas, I guess sometimes they are very tempted to say “to stay forever”. Of course they won’t stay far from Africa for more than a few months, they just can’t, possibly because here – from many points of view – is even worse. Here women are cut into bits, killers become TV stars and children are not just abandoned before hospitals, they are thrown directly into trash bins. Rubbish. It is a harsh letter, but it seems to me that some things need to be shared

Dear Piero,

Our time in Angal is getting to end soon. We have already sent you and the Friends of Angal a brief report on the activities at the hospital, I would now like share with you all some events, which relate more closely to Angal people, about life at the village, the mentality of Alùr, our relationship with them.

Some things have happened that disturbed us deeply and which have made this period one of the most difficult for us.

A few steps out the Hospital some nights ago, a group of people armed with sticks killed a young thief who had long annoyed the village and who had become the shame of his family. Around this fact a wall of silence has grown, which left no space to throw light on this heinous settling accounts. No one has seen but many have seen, nobody knows, and everyone knows. This is the law that must be dealt with within the clan.

Every time I meet someone along the street who wants to shake my hand, I wonder if that hand, a few nights ago, was grabbing a stick. The day after life was going on as nothing had happened… but yet other things were on their way

Abandoned on the concrete floor of the little kitchen behind the women’s ward, one morning we found a baby who had just been born, with the umbilical cord ripped out. We know his mother is Oroci, a poor mad woman who lives around here, with no home, and who won’t accept any help. She was seen walking around the hospital some days ago.

Only Selsa, the midwife, took this child to heart and placed him in a corner of the delivery room (here there is no nursery), where Francesca and I came one after the other to feed and take care of him. He lived 10 days.

And then the children being born one after the other, one of them desperately seeking to survive attached to the oxygen mask, two out of four siblings died in a children ward which badly needs to be renovated and equipped with new beds… what a nightmare!

We decided to baptize him on Nov 15th in the afternoon… we would have called him Luke, as the Saint protector of the hospital… bu instead at 2 pm I had just entered the delivery room with another bottle of milk and the nurse on duty was extremely offhand and just told me: “Ethò – (he’s dead!) – I have not noticed it because I was very busy“. And so nobody had noticed him dieing, nobody had seen him being born, this child with no name, perhaps the son of Oroci, the mad of the village.

He had lived 10 days between the indifference of everyone, he was accompanied to the cemetery by a crowd of mothers, hospital workers, nurses with more and more people joining along the way, the people of the village. I didn’t know whether should I laugh or cry. It was noon, the sun was shining fiercely and the workers who had dug the pit were sweating hard, children who had just finished school were throwing bougainvillea flowers… for a child who had not aroused the mercy of anyone before.

But more thing were about to come, the death of Kevina, consumed by AIDS and Kolbert, the worst kwashorkor I have ever seen, he seemed inflated like a balloon, with his skin completely ruined, and that of Nema, 10 years old, overwhelmed by a septicaemia started from cuts (tea-tea) made by the sorcerer on her long arms and legs.

Fortunately there is Consolata, (that’s her name!), who is slowly emerging from kwashorkor, she started to eat again and play, which is an unequivocal sign of recovery.

And then there’s Ali, a concentration of misfortunes, including a very bad temper, who is making himself unwelcome among his people, to whom we were able to procure a hut, securing food and somebody to look after him; a dramatic change from when he lived neglected and poorly supported by his clan.

And there’s Celestino, the old vagabond, who lived sometime under the roof at the hospital, sometime outside some hut, who came to grab something to eat every day at the nutrition unit. We built for him a small hut in a beautiful place, on the hill behind the hospital, from where you can admire the vast savannah and you can see – very far – the Nile. From there his independent spirit ranges. I went up there and a wonderful surprise was awaiting me, he has a neighbor now, a poor man like him and equally ill, but he helps Celestino and prepares food for him when he is down.

It is among the poorest that you discover the most authentic solidarity.

It is for them that, despite everything, we will continue to return.

Mama Klaùdia
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One comment
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  1. Cara Claudia e caro Mario, miei maestri. Ben tornati. Quanta nostalgia di voi e di Angal, degli Alur e degli amici che erano con me.
    Abbiate cura di voi oltre che dei vostri fratelli!
    Vi abbraccio con grandissimo affetto
    Maurizio Morandi
    P.S Un caro saluto al piccolo Andrea, alla sua mamma Elena ed al suo papà Francesco

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