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Auguri

Dec 31st, 2007 | By | Category: Annunci

Corre inesorabilmente il tempo. Siamo di nuovo alla fine di un anno. E, di nuovo, da una parte guardia­mo indietro per capire dove siamo arrivati e, dall’altra, gettiamo lo sguardo oltre il muro per cogliere il futuro che ci aspetta.

La vita di ognuno di noi può paragonarsi ad un viaggio. Giorno dopo giorno, ora dopo ora. Con la sfi­da, in­sita nella nostra stessa umanità, di lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo più abitabile e più umano.

Fa parte del nostro universo culturale la speranza in un domani migliore: l’età dell’oro sta davanti a noi, non dietro di noi. Un atto di fede che ci permette di impegnarci, di lavorare, spesso anche instancabil­mente, di soffrire, a volte anche di mori­re, pur di dare mani, gam­be, vita a questo futuro migliore. Anche quando le cose non marciano come vorremmo. Anche se ci sono dif­ficoltà che sembrano insormonta­bili.

E arriviamo così al cuore più profondo dell’essere umano. Piccolo e fragile, come il Bambino della grotta di Betlem, come ogni bambino che, nascendo, porta una ca­rica di novità a questo vecchio mondo. Ma, allo stes­so tempo, grande e suggestivo, unico e irripetibile.

Il poeta indiano Tagore scriveva che ogni bambino che nasce ci dà la certezza che Dio non si è an­cora stancato di noi. E’ vero, ogni nascita è un miracolo. E’ l’incarnarsi della speranza. Il farsi sto­ria dell’utopia. Al di là della fede di ognuno, Natale – ogni Natale, in qualsiasi parte del mondo av­venga – è questo irrompere strepi­toso di vita dentro la nostra stanchezza.

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Non è strano che proprio a dicembre, alla fine di un anno di storia, siamo quasi costretti a porci le do­mande di fondo, che toccano la nostra identità umana. A incontrarci con la vita che ha il volto di un bambino che nasce. Lontano dai palazzi. Avvolto in pochi panni. Deposto in una greppia. A signifi­care la grandezza di ogni la vita. Al di là delle ricchezze, del potere, degli orpelli che tanto facil­mente costru­iamo perché ci manca il coraggio di andare all’essenza delle cose.

Ogni persona che nasce in questo mondo è unica e irripetibile. Va amata e rispettata in se stessa. Non per quello che ha, ma per quello che è. Non per le cose che fa, ma per la novità di cui è porta­trice.

Sessant’anni fa veniva promulgata la carta universale dei diritti umani. E’ vero. Ancora oggi, a tan­ti anni di distanza, troppe persone non hanno ancora la possibilità di godere pienamente di questi diritti. E’ il segno della grande contraddizione che ci portiamo dentro. Siamo capaci di rinnovare ogni giorno il miracolo della vita che nasce come frutto d’amore. Ma siamo anche capaci di rifiuta­re le vita, di ren­derla dura e difficile. Perfino di dare la morte. Ma è pur anche vero che – e la pro­clamazione della car­ta dei diritti umani lo dimostra – ci portiamo dentro la nostalgia di un mondo dove la vita di tutti sia po­sta al centro, sia davvero e sempre rispettata come sacra.

Dicembre è un mese di confine. Da un lato ci richiama alla vita che nasce, e dall’altro – con il mori­re dell’anno – ci spinge a fare i conti con la nostra fine. Con la morte. Perché è vero che quando na­sciamo cominciamo a morire.

Forse per dirci che, se vogliamo dare un senso profondo ed umano anche al nostro dover morire, siamo sfidati a fare di tutto perché ad ogni bambino che nasce, sia data la possibilità di vivere. E di vivere in pienezza.

Eugenio

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