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Dev’essere stato

Deve essere stato il catechismo e quell’ insistente litania di mia madre, di pensare ai poveri, a chi non ne ha, ai più sfortunati: “pensa ai negretti dell’Africa” …

Vorrei scrivere che sono uno come tanti ma una insopprimibile punta di vanità mi fa pensare di essere tanti in uno, una sorta di grillo parlante che di lavoro fa il medico. E denuncio subito questa mia professione per qualificarmi, perché è come dichiarare il colore della propria pelle o l’altezza, insomma una di quelle caratteristiche immutabili della persona, sempre uguali in ogni luogo, in ogni tempo.

Ma perché medico? Appunto perché c’è un mondo da salvare, c’è gente che sta male, persone da guarire, bambini da sfamare.
Tengo a precisare che questa condizione non è una mia speciale prerogativa, è stato così per molti come me, come si direbbe oggi una caratteristica generazionale, seminata e coltivata dal dopoguerra agli anni settanta.

E ben inteso era nostra intenzione fare tutti i missionari, in Africa si capisce. Ma nel frattempo sono arrivati gli anni ottanta e con loro il benessere per tutti, che ha ben presto rammollito le volontà e distratto le coscienze. Oddio non è stato poi così difficile abituarsi all’oblio della parola data, e al senso di colpa strisciante, ma anche questo ha avuto un suo tempo.

La trasgressione è via via impallidita, è diventata anch’ essa ridicola consuetudine, e proprio un attimo prima di trasfigurarsi in caricatura di se medesima, il ricordo a poco a poco è riaffiorato, la memoria è giunta in soccorso e ha lanciato un salvagente.

La storia dell’Africa è diventata allora un debito da saldare, una promessa che è quasi riconoscenza, visto che era servita da impulso per una laurea sofferta ma ben presto dimentica dei santi spintoni idealistici che aveva ricevuto.

Mi trovo così, a quarant’anni suonati, a rincorrere promesse perdute, anche stavolta in ritardo sulla tabella di marcia di una vita che mi ha spesso indirizzato a fare cose giuste nel momento sbagliato.

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