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In ottima compagnia

In ottima compagnia però, perché voi non potete immaginare quante e quali indescrivibili persone si aggirino per le vie del mondo in preda a febbrili desideri di fare. Maiuscole persone i missionari, perché ne palpi tutta la loro caducità di uomini che hanno scelto una volta e per sempre, sospinti da incrollabili dubbi che rimangono le loro uniche certezze. Vite donate al dare e ricompensate dal sovrapporsi continuo di interrogativi, di domande che inghiottono se stesse.

Il mio raccontare potrebbe sembrare a questo punto solo eroica apologia del nulla. Ma è proprio questo il perdimento, il limite al quale
ognuno di noi tende, quell’inebriante linea di confine oltrepassata la quale si diventa assolutamente niente, fango, pulviscolo.

È quello il preciso istante in cui, mutuando l’espressione di chi ci ha preceduti, ci si chiede “che ci faccio qui?” e si avverte in un solo momento tutta la propria somma inutilità, raccapricciante e divertente insieme, trionfo e miseria della condizione umana, onore e disdetta dell’ essere vivente.

Prima che ciò accada vorrei ricordare allora, in un’unica immagine, l’urlo, il boato della gente che non ha voce, che non appartiene, che non elegge, che non consuma, ma solo gente che è, è e basta. Bisogna andare in Africa per capire, per vivere tutto questo?

Ora posso dire di sì, perché l’Africa è amore, sensazione assoluta di amore, quell’amore che solo la compassione contempla quando, nel precipizio dell’anima, ritrovi quello stesso te, negro e lacero che ti interroga: mi riconosci?

Dev’essere stato… « » Resta un mistero