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La panca

La panca

La casa dove abito, quando sono in Africa, ha un piccolo giardino. Lo circonda una siepe di Thevetia. Al di là della siepe c’è la Maternità con il “Logbiri”[1], dove stanno le mamme in attesa, poi il reparto vero e proprio e la sala parto.

Spesso al mattino vengo svegliata dal loro chiacchierio, mentre spaccano la legna, accendono il fuoco e si preparano al rito del tè. Raramente sento qualche lamento. Abituate da sempre al dolore, mantengono un grande autocontrollo anche nei momenti più critici.

La porta di casa mia si affaccia su un terrazzino. Quando la apro, al mattino, vengo subito bloccata da una congerie di ceste piene di pomodori, banane, manghi, papaie, disposte sul piccolo spiazzo. Con uno svolazzare di kitenghe[2] dietro ai cesti compaiono immediatamente
le donne, che, mentre ancora dormivo, sono arrivate con i loro prodotti, a prendersi un posto quanto più possibile vicino alla mia porta. Precauzione inutile, perché acquisto ogni giorno qualcosa da tutte. E infatti se ne vanno contente verso il mercato, con la certezza di avere già assicurato il guadagno per quella giornata.

Al terrazzino si accede salendo tre gradini. Ai piedi dei gradini, tanti anni fa, abbiamo piantato una palma. Allora era alta quanto nostro figlio che aveva due anni. Per un po’ sono cresciuti in ugual misura, poi la palma
ha preso il volo e ora lo sovrasta di vari metri. Sotto la palma, all’ombra delle larghe foglie, ho sistemato una panca.

Ogni giorno su quella panca sostano le mie amiche, in attesa di espormi i loro problemi e farmi le loro richieste. Su quella panca, accanto a loro, in questi anni, quante storie ho ascoltato!!! Di povertà, di dolore, di malattie, di abbandono, di rassegnazione, ma spesso anche di determinazione a lottare per offrire ai figli un avvenire migliore.

Alcune di loro non potrò mai dimenticarle: come Cecilia, la nonna di Giakuma, sempre sorridente, nonostante tutto. Giakuma ha 10 anni e ha l’AIDS. Cecilia è molto vecchia e ha la tubercolosi.

«Vorrei – mi ha detto un giorno – che mi comprassi due capretti per quando io e Giakuma moriremo. Siamo così poveri che nessuno verrà al nostro funerale, ma se ci saranno da mangiare due capretti, verranno sicuramente in molti».

Anche Obedi Jois[3] si è seduta su quella panca. Abbiamo lottato insieme per due anni contro la sua malattia, ma alla fine ha vinto lei, l’AIDS. Per la prima volta, dopo due anni, è venuta senza il suo vestito bianco, ricamato, il vestito che le avevo regalato e che era diventato il simbolo del suo ritorno alla vita. Mi ha detto semplicemente: «Sto morendo, non abbandonarmi».

È morta, con la certezza, almeno, che mi prenderò cura di Sunday, la sua bambina.


[1]. Il luogo prende il nome da un mercato di Kampala, a significare quell’atmosfera di allegra confusione che regna fra le donne, temporaneamente sollevate dalle fatiche domestiche.
[2]. Una sorta di pareo.
[3]. V. il racconto “Aspettando Obedi” nel N° 2 delle News.

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