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Testimonianze – Umiltà e rispetto, innanzitutto

Umiltà e rispetto, innanzitutto

(di Giovanni Cardellino)

A novembre sono tornato per la quinta volta ad Angal. Ogni volta è stato per periodi brevi – tre, cinque settimane – ma intensi.

Con gli anni sono cambiate le mie impressioni, i miei sentimenti, le mie considerazioni.

La prima volta, otto anni fa, sono partito ignaro di ciò che avrei trovato. Malattie, guerriglia, disagi nella vita quotidiana (cibi diversi, mancanza di comunicazioni telefoniche con l’Italia, dubbi sulla possibilità di fare una doccia), consapevolezza dei miei limiti come medico di fronte alle malattie tropicali mai affrontate prima in tanti anni di professione: tutto era fonte di preoccupazione, di incertezza. Poi sono arrivato ad Angal. E ho trovato il “Paradiso”… o, per meglio dire, quello che, nel mio immaginario, è la caratteristica principale di un possibile “Paradiso”: il sorriso sul volto di tutti. Che fossi “medico” in visita ad un reparto dell’Ospedale, o semplice “bianco” a passeggio sulle colline dietro ad Angal, tutti mi sorridevano. Ricordo un pomeriggio lungo un sentiero alle spalle dell’Ospedale. Ero solo. Una bimbetta che giocava davanti alla sua capanna mi ha visto. È corsa vicino a me, mi ha preso per mano e, sorridendo senza parlare, mi ha accompagnato per tutta la mia passeggiata.

Quel ricordo mi costringe ancora adesso ad asciugarmi gli occhi.

Così, senza accorgermene, mi sono infettato con il ben noto “mal d’Africa”. Sono tornato: una volta con mia moglie e mio figlio, due volte con una delle mie figlie, studentessa di medicina. Anche lei si è ammalata dello stesso male. Vuole specializzarsi in “malattie infettive”, per andare a lavorare in qualche Paese in via di sviluppo.

Nei miei soggiorni successivi ho fatto realmente il medico. Credo di aver conquistato la fiducia e la stima dei medici locali, che mi hanno affidato la responsabilità di un reparto.

Se posso dare un suggerimento a chi vuole portare il proprio aiuto e la propria professionalità ad Angal (o in qualsiasi parte del mondo), raccomando: non giudicate, non pensate di avere chiara in testa la soluzione ai mille problemi che vi troverete davanti. Siate umili. Cercate di capire. Non esprimete giudizi, nemmeno nella vostra mente. Non date consigli, finché non ve li chiedono. Abbiate stima e fiducia in chi lavora da anni in un mondo che è tanto diverso dal nostro. Non è certo un estraneo appena arrivato che può dar loro lezioni. Se mostrate stima e fiducia nei loro confronti, se non apparite arroganti e presuntuosi, prima o poi saranno loro a chiedere il vostro consiglio e, se buono, lo accetteranno.

Così sono tornato ad Angal per la quinta volta, lo scorso novembre.

Questa volta il mio impegno è cambiato. Mario Marsiaj ha deciso (e chi conosce Mario sa che le sue decisioni non si discutono… – mi perdoni Mario!) che devo affiancarlo nella direzione, nel controllo della funzionalità e della corretta gestione, in una parola nel management del St. Luke’s Hospital di Angal. È difficile affiancare Mario. Per quanto uno si sforzi di correre, resta sempre qualche passo indietro rispetto a lui. Ma so che, per chi guida qualsiasi impresa, è importante sapere che qualcuno lo segue. Ho vissuto personalmente questa esperienza quando ero un dirigente all’Ospedale di Aosta.

E così eccomi nelle vesti di “assistente direttore sanitario”. Qui potrei dilungarmi a lungo, ma lo spazio a disposizione non me lo consente. Mi limito perciò a rilevare che due sono le condizioni perché il St. Luke’s Hospital possa sopravvivere e prosperare: la crescita nel personale locale delle capacità di autogestione e l’impegno di tutti coloro che si occupano di quell’Ospedale nella ricerca di Fondazioni, Enti, pubblici e privati, che possano mantenere finanziariamente l’Ospedale nel tempo, garantendo la sostenibilità di un’assistenza sanitaria adeguata alla popolazione di quell’angolo sperduto di Africa.

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